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martedì 7 giugno 2011




di Paolo Giaretta



Considerazioni sul voto



Direzione Provinciale del PD di Padova (1 giugno 2011)
Il sentimento che sentiamo più forte (e pienamente giustificato) è di limitarci a festeggiare una vittoria che per la sua dimensione e profondità è senza precedenti recenti. Finalmente, finalmente anche per il PD, che è tornato ad essere attrattivo in questa sfida.
Diciamo che dopo l’ammissione del referendum sul nucleare, con una ulteriore sconfitta della furbizia da poco messa in campo dal governo, c’è un altro modo per festeggiare: promuovere la partecipazione al referendum con quattro sonanti sì.
In ogni caso il compito dei gruppi dirigenti di un partito è di riflettere sempre sui risultati, quando sono negativi certamente, ma anche quando sono positivi, perché le battaglie sono sempre davanti.
Metto in fila perciò alcuni primi elementi di riflessione.
Una vittoria fuori discussione
La vittoria c’è stata ed è fuori discussione. Bastano poche cifre. Andavano al voto 133 comuni capoluogo o superiori a 15.000 abitanti. Il centrosinistra ne guidava73, con risultati di cinque anni fa che si pensavano non replicabili. Oggi ne guida 83. Il centrodestra aveva 55 comuni, oggi ne ha38. Ne restano 17 a formula varia, in una buona parte dei quali è presente il centrosinistra. Ancora più significativi sono i risultati dei comuni del Nord. Qui il centrosinistra passa da 17 comuni a 29 e il centrodestra da 27 a 8, perdendone17 a vantaggio del centrosinistra e conservandone solo 4 degli uscenti. Sempre nei 40 comuni maggiori del Nord il PD è il primo partito con il 27% dei consensi lasciando il PdL al 22,5 e la Lega al 10,9. Naturalmente i dati sono diversi nei comuni minori, in cui siamo relativamente più deboli, ma anche qui in molti casi pur non conquistando i Comuni si passa da una rapporto 2/3 1/3 a un 40/60 o vicino alla parità.
Una sberla della Madonnina (copyright La Padania)
La sconfitta di Berlusconi è stata pesantissima davvero, perché avviene su un terreno che finora era stato a lui del tutto favorevole: quello della capacità di interpretare i sentimenti profondi di un popolo. Questa volta B. non ci ha capito proprio niente. E’ rimasto prigioniero di un suo mondo auto costruito, fatto a sua immagine e somiglianza, pensando che gli italiani avessero in testa le sue priorità, che si animassero ancora a parlare di temi del cinquantennio scorso. Non ha capito che gli italiani erano alla ricerca di serietà, serenità, impegno condiviso di fronte alle incertezze del futuro e per molti di un presente faticoso. Che le condizioni materiali di milioni di italiani erano peggiorate davvero (anche se le analisi sui dati di Milano dimostrano che i ceti più deboli economicamente hanno continuato a votare di più il centrodestra…). Ha ancora offerto la rissa permanente e gli italiani hanno detto basta.
Lega: la propaganda e la realtà
Così come pesante è stata la sconfitta della Lega. Fino ad adesso era andata bene: come se fossero all’opposizione di Roma sul territorio, e invece ben dentro le poltrone romane a Roma. Ma quando si è al governo nelle tre grandi regioni del nord, in moltissimi comuni giocare all’opposizione contro Roma è un gioco che dura poco: chi vota vuole risposte e la Lega non ha saputo darle. Né quelle serie come il federalismo, ne quelle che si aspettavano tanti elettori di cui ha coltivato paure, xenofobie, chiusure.
Il Governo non ce la fa
Per questo penso che il Governo non reggerà. Non per scelta ma per usura. Potrei naturalmente sbagliarmi, ma certo dimostrano la debolezza politica del Governo le patetiche prime dichiarazioni di B. :Tremonti deve allargare i cordoni della borsa…Magari il problema fosse Tremonti. I cordoni della borsa purtroppo vanno stretti, perché ci attende una necessaria manovra di almeno 40 miliardi di euro. Occorre una cosa che il Governo no ha più, se mai la avuta: autorevolezza e credibilità. Chiedere oggi sacrifici in modo equo e proporzionato per costruire il futuro. Non lo ha saputo fare con una maggioranza larghissima, non potrà farlo con un leader destituito di credibilità interna ed internazionale, con un PdL frammentato in schegge impazzite, con la Lega alle prese con una rivolta della base ed un gruppo dirigente che già pensa alla successione a Bossi. Cosa ci possa essere dopo non lo sa nessuno: elezioni, governo di centrodestra senza B., governo del presidente…Non dipenderà da noi, a noi starà il compito di essere all’altezza dello scenario.
Per il PD buone notizie
Il PD è andato bene. Non occorre nascondere le debolezze che ci sono, specialmente al Sud. Ma date le condizioni di partenza non poteva andare meglio. Si è dimostrato autorevole ed affidabile nel costruire coalizioni vincenti, sacrificandosi quando occorreva. Su questa recuperata sintonia con il proprio elettorato si può rafforzare l’iniziativa politica del partito sotto la guida di Bersani, che ne esce molto rafforzato e perciò possiamo concentrarci sull’immagine ed il progetto da offrire al paese.
Penso che dobbiamo molto riflettere su un punto. Il nostro dibattito interno si è soffermato nell’ultimo anno su problemi che si sono dimostrati di nessun interesse per l’elettorato: i vecchi e i rottamatori, i moderati ed i radicali, i cattolici ed i laici, le alleanze a sinistra o al centro, partito pesante, partito leggero, ecc. Tutto spazzato via: hanno vinto vecchi esponenti politici d’apparato come Fassino a Torino (con il coraggio di primarie aperte), cattoliconi come Bosone a Pavia, uomini di sinistra come Pisapia a Milano, con alleanze con l’UDC o con alleanze classiche con Sel e Idv. Non è con le alchimie o con le formule astratte che si vince ma con la costruzione di un rapporto vero con l’elettorato, con la mediazione di personalità convincenti e di progetti che partono dalle condizioni reali del popolo, e non quelle delle élites politiche o sociali. Le diverse vittorie si realizzano in condizioni e con strumenti diversi ma hanno in comune la capacità dei vincitori di costruire coalizioni credibile perché capaci di evocare un sogno ed un progetto collettivo. Non tanto pezzi di carta programmatici firmati dai partiti ma un discorso pubblico coerente e credibile per le aspettative degli elettori.
Milano e Napoli: non solo lì e non fermarsi ai luoghi comuni
Milano e Napoli hanno dato il tono psicologico al giudizio sulle dimensioni della sconfitta berlusconiana, ma se analizziamo i dati comune per comune i dati segnalano specie al Nord un diffuso smottamento elettorale del centrodestra e la capacità del centrosinistra a tornare ad essere competitivo. Anche dove si è perso spesso si è perso con pochi voti, partendo da distacchi abissali. Piuttosto possiamo considerare la diversità delle due situazioni. A Milano principalmente vinciamo per il crollo della credibilità del centrodestra: cattiva amministrazione e cattiva politica. 5 anni fa il Prefetto Ferrante, candidato del centrosinistra, prende più voti anche in percentuale (ed anche come voti personali) di Pisapia. La differenza sono state due: la prima essenziale per la vittoria è che allora la Moratti vinse al primo turno e la seconda è che Pisapia (con l’aiuto del PD, rimessosi subito dallo choc della sconfitta alle primarie del proprio gruppo dirigente) è stato capace di trasformare un insediamento elettorale potenziale in una comunità civica convinta che si potesse vincere e cambiare Milano.
A Napoli sono stati sconfitti due conservatorismi, ed è bene che sia stato così. Il conservatorismo del PD, che non ha avuto la forza di aprire una fase di discontinuità con il fallimento amministrativo (fallimento indecoroso) di Bassolino e Jervolino. Aveva cercato di imporlo Veltroni, ma fu sconfitto. Il conservatorismo del PdL, che si è affidato ai vecchi circuiti della clientela, più o meno contigua con ambienti camorristici. Valgono le parole gravissime dette da Berlusconi “Non ho voluto consegnare la Carfagna alla camorra”. Incredibile!
Rivolgendo la sguardo al futuro e allo spazio che si è aperto per una incisiva azione del PD sottolineo tre aspetti in particolare.
Terzo polo a Chi l’ha visto
Il terzo polo tanto evocato non esiste. Non c’è stato alcun valore aggiunto. L’Udc si è preso i suoi viti, agli altri partner è andata qualche briciola, in particolare appare inesistente lo spazio politico per il Fli. Forse il fatto nuovo è che, a differenza delle scorse regionali, dove l’Udc si è alleato con noi non è andato male: alleanze costruite dal basso sono più comprensibili dagli elettori. Naturalmente il sistema maggioritario delle elezioni dei sindaci può penalizzare le forze intermedie. Tuttavia almeno nelle grandi aree urbane dove è maggiormente presente il voto di opinione se ci fosse stata questa attesa del terzo polo si sarebbe visto qualche segnale. Invece, tornando sempre ai dati dei comuni maggiori del Nord l’Udc è al 2,8%. Qualcheduno ha sentito parlare di “Verso Nord” o delle tante ipotesi cacciariane sulla necessità del centro?
La sinistra radicale
Qualche riflessione in più sul voto cosiddetto radicale. Anche qui molti commenti superficiali sulla stampa che non hanno molta attinenza con la realtà. Vendola vincitore perché ha fatto i Sindaci di Milano e di Cagliari? La realtà è molto diversa. A Milano Sel prende il 4,7% e a Cagliari il 7%. I candidati sindaci di Sel sono stati sindaci della coalizione e non hanno affatto trascinato il partito in un exploit elettorale. A Milano Pisapia ha risposto con molta nettezza a Vendola che cercava di mettere cappello sul risultato. Il grillismo: fenomeno molto composito, con voti dovuti talvolta ad un generico populismo, ad un sentimento antipolitico (che in genere lascia eredità di destra), alla presenza di candidati locali credibili ed autorevoli. Sbagliato fare di ogni erba un fascio. Intanto è positivo che comunque elettori escano dal recinto del non voto e scelgano dentro il recinto della rappresentanza. Poi occorre considerare che c’è stata una competizione accesa dentro la distribuzione del voto radicale: Sel, 5 stelle, Idv.…Fenomeno da non sottovalutare (ed inevitabile in una stagione così rissosa ed inconcludente della politica) ma neppure da esaltare. Le inqualificabili parole di Grillo sulla stagione di Pisapippa danno la carature del personaggio. E forse occorre che anche qualche nostro militante recuperi il senso dell’orgoglio del proprio partito, più che inseguire populismi che finora hanno solo costruito la vittoria di Cota in Piemonte. Luca Ricolfi sulla “Stampa” ha sostenuto che l’unico vero vincitore di queste elezioni sarebbe il partito di Santoro, intendendo la composita area della protesta. Indubbiamente, sempre restando sui comuni maggiori del Nord i voti a Idv. (3,4), Sel (4,6), Verdi e RC (2,7), Movimento 5 stelle (4,3) assommano ad un 15% degli elettori. E’ tuttavia una percentuale che non si discosta da risultati precedenti, sia pure diversamente redistribuiti. Nel 2006 senza Idv. Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti italiani presero l’11,6%, e si tratta del dato nazionale, certamente molto più forte nelle stesse aree dei comuni del nord.
Un mondo cattolico in movimento
Il terzo elemento riguarda la Chiesa Cattolica. E’ forse l’ambiente in cui le dissennate avventure erotiche del cavaliere e la sua inconcludenza governativa hanno prodotto più radicali cambiamenti di giudizio. La linea espressa più o meno ufficialmente da “Avvenire” è profondamente cambiata, con esplicite critiche alla linea del Governo, ai comportamenti del Cav. al clima di rissa pubblica provocata, agli attacchi alle alte istituzioni. E nel merito critiche per la mancanza di adeguate politiche sociali, familiari, ecc. E’ una svolta importante, perché non c’è dubbio che una parte di gerarchia aveva finora tenuto un atteggiamento di sostegno acritico alla maggioranza. Anche qui si apre una nuova stagione. Gli interventi del card. Bagnasco alle Assemblee dei vescovi italiani certamente non contengono cose tutte condivisibili per tutti gli elettori e dirigenti del PD. E tuttavia c’è una analisi antropologica sui temi dei diritti umani, della giustizia sociale, della dimensione valoriale della partecipazione democratica che tutti dovremmo ascoltare con più attenzione e curiosità.
Linea chiara per il futuro, con ottimismo
Sta a noi ora saper cogliere queste nuove opportunità. Nel Veneto il vento è stato forse un po’ meno impetuoso, o più debole l’effetto in casa leghista, ma anche qui non sono mancati segnali importanti. Anche dove si è perso si è stati spesso pienamente competitivi.
Credo che dobbiamo guardarci solo da due rischi principali. Il primo è il giudizio semplicistico: abbiamo già vinto le politiche. Io non credo affatto ad una capacità di risurrezione del cavaliere: ha perso la cosa più difficile da riconquistare, la credibilità personale e la credibilità come leader capace di esercitare con forza la leadership, che erano le sue principali risorse. Tra l’altro bisognerà pur ricordare che tra le sue corde ci sarà una grande capacità comunicativa ma non c’è la capacità di governo. Tutte e tre le volte che gli italiani gli hanno dato il mandato di governare (1994, 2001, 2008) non è stato capace di gestire la sua maggioranza e di produrre convincenti azioni di governo, perdendo sempre la volta successiva. Però questo può complicare la situazione. Il nostro prossimo avversario non sarà Berlusconi, potrebbe essere un leader più credibile, capace di mettere insieme un elettorato di centrodestra, che resta in Italia prevalente come sentimento di base.
Il secondo rischio è che il PD non sappia essere il motore del cambiamento che l’elettorato si attende. Che lasci che altri diventano protagonisti di questo domanda inevasa dell’elettorato. Per questo occorre saper essere, come ho detto più volte radicali nelle proposte e moderati nel linguaggio e nell’approccio. Ma radicali nelle proposte di cambiamento. L’esperienza di Pisapia a Milano insegna proprio questo. Una credibilità personale nel mondo della sinistra storica milanese, ma una scelta di campo decisa nell’uscire dall’insediamento elettorale, dai linguaggi, dai luoghi comuni della tradizione di sinistra, conservandone i valori di fondo ma declinandoli nella modernità. Per questo capace di attrarre, al di là di alleanze politiciste, i consensi dei tanti elettori “indipendenti” che decidendo di partecipare o meno al voto e se votare sul centrosinistra o sul centrodestra sono decisivi per ogni competizione elettorale. Il PD non si impicchi sulle formule delle alleanze ma dimostri di essere capace di avere questa forza attrattiva dell’elettorato decisivo.

domenica 16 gennaio 2011

Partito Democratico: assemblea provinciale...la strada è sbarrata o aperta?


di Nereo Tiso


Ieri pomeriggio quattro ore di assemblea provinciale del Partito Democratico: Costituzione, partito, giovani, futuro, interventi programmati o meno; tavola rotonda, personalità, ecc. Il tutto per quattro lunghe ore. Si cerca la fiducia, di far ripartire il partito, di togliersi di dosso la mediocrità dei rapporti conflittuali che spesso emergono a partire dall'ultima direziona nazionale. Si vorrebbe un partito unito, del lavoro, dei giovani, delle donne, della conoscenza, della connessione, della comunità e della convergenza. Insomma, un partito che lavori per creare pari opportunità per promuovere l'uguaglianza ma anche i meriti o, meglio, la meritocrazia.
Qualcuno nomina il passato...ma il PCI, ma la DC, ma ecc. ecc.; qualcun altro continua le denunce di ciò che fanno gli altri che governano. Fortunatamente, poco si è nominato Berlusconi: almeno su questo stiamo imparando. Si è parlato di marcare il territorio, di ridurre la distanza tra cittadini e istituzioni e anchedi ridurre la differenza tra i professionisti della politica e i giovani. Io dico non solo con i giovani.
Ho visto molte facce che assistevano come ad un rito necessario, dovuto, ma anche altri che, ancora un po' di fiducia l'avevano forse perché, nonostante tutto, non vogliono più tornare indietro, assistere ad altri riti e magari pensare che possa esserci uno spento sole dell'avvenire. Comunque un bel momento, in cui si è discusso e, per fortuna, non sì è litigato.
Mi sono posto comunque della domande: come poter prepararci oggi ad affrontare sfide importantissime come quella dello scarso consenso in Provincia che ci impedisce di governarla? Come lavorare per poter proporre un sistema di governo nuovo, un rinnovamento del territorio, una sfida con le attività produttive, un lavoro di sinergia tra sindacati, imprenditori per riuscire a convergere su investimenti importanti per creare lavoro e quindi posti di lavoro? Come portare avanti una battaglia di riduzione del numero dei comuni per ridurre le spese e quindi poter reinvestire meglio le risorse a favore dei cittadini? Come lavorare alla sfida della cultura, della conoscenza, della scuola, dell?università? Noi non possiamo cambiare le regole stabilite, ma lavorare per migliorare sì?
Si è parlato di welfare familiare; come affrontare la sfida della famiglia e della sua difficoltà a gestire tutte le generazioni che gravano su di lei?
Ma soprattutto, come credere che questo partito non possa essere uguale in tutte le regioni o province italiane? Noi dobbiamo raccogliere le sfide che provengono dai nostri territori se vogliamo governarli.
Domande che pongo a tutti noi, nelle nebbie verdi del nostro territorio provinciale.
E i giovani? Il segretario dei Giovani Democratici si chiedeva come mai i giovani, in generale, non sono attratti dal PD. La sfida di un nuovo umanesimo mi piace, ma il vostro nuovo progetto Nuovomondo, leggendo il volantino, mi lascia più di qualche dubbio e chiedo: si pensa veramente di fare da soli nel mondo globalizzato, della rete, della quale siete sicuramente esperti? Spero di no. La politica è sempre scontro fra valori? Forse trent'anni fa. E' ora di finirla di parlare solo di conflitti. I conflitti ci sono e ci sono sempre stati, non serve vocarli per enfatizzarli. Bisogna risolverli con qualche proposta nuova "giovane" non con roba superata da anni, anche nel lingiaggio. Credete che essere arrabbiati paghi sempre? Anche questo credo di no, anche se scrivete "Nuovomondo è un luogo di rabbia. Il precariato, il familismo e quell'eterno periodo di prova sono una pistola puntata alla tempia di ogni giovane e fanno ribollire il sangue". Mamma mia! A questo punto vorrei sapere perché mio figlio iscritto al PD , che vota PD, che si occupa di volontariato, che frequenta l'Università, che pensa già che il mondo si è allargato e che le frontiere si sono abbassate e che quindi il lavoro potrà trovarlo qui o altrove, e così come lui tanti altri, dovrebbe partecipare alle vostre iniziative di arrabbiati. Chiaro, io ho superato i 50 e posso sbagliarmi.
Spero che tutti si riprenda un po' di fiducia, un po' di entusiasmo vero, lontano dalle contumelie frustranti ed autolesioniste. Cerchiamo, almeno un po', di credere nella proposta del PD, mettendoci del nostro per riuscire a mostrare che, alla fine, abbiamo proposte migliori degli altri e sappiamo governare meglio degli altri. Altrimenti resteremo all'opposizione, primarie o non primarie

domenica 28 novembre 2010

Chiamparino: una voce che grida (nel deserto???)...ascoltiamola.


di Tiso Nereo



Stasera, all'assemblea regionale, il sindaco Chiamparino ha parlato ancora una volta di recuperare i valori delle nostre terre, il lavoro delle nostre terre, coniugando il partito nazionale con un partito locale forte che riesca a capire le diverse situazioni del nostro tempo nel nostro territorio. Non un partito del nord, ma un partito delle proposte e delle risposte, che coniuga la sua vocazione nazionale con la territorialità. Non è il partito che deve segnare il territorio , ma che capisce la diversità dei problemi, delle esigenze e della sostanza vera. Non è questione di giovanilismo, ma di capacità di incidere nella gente, in sostanza, dare speranza a chi l'ha persa fuori dal Partito e anche nel Partito.
Certo è che siamo fermi lì, ad un numero che faticosamente sta fermo e ancora più difficilmente sale. Abbandoni, malori improvvisi, entusiasmi che si stanno assopendo quasi si fosse arrivati ad un sciogliete le righe generale o ad un fuggi, fuggi incredibile.
Ma da questa assemblea, se non altro si è discusso: c'erano i rappresentanti dei circoli, c'erano amministratori, i componenti dell'assemblea, che hanno potuto discutere su proposte, rielaborale, e anche scriverle. E' ciò che può fare il territorio, la gente che lo vive e lo conosce; sa dove si può arrivare facilmente e dove la battaglia sarà più aspra.
Credo che il sindaco Chiamparino voglia aiutare questo partito a darsi una scossa. Noi, amministratori, dirigenti, militanti o semplici elettori e simpatizzanti, non abbiamo solo l'obbligo di continuare a demoralizzarci, a trovare sempre ciò che non va; a far emergere le differenza, i contrasti e anche le miserie. Ora i volti rinnovati offrono una nuova possibilità? Io penso di sì. Credo che insieme, ascoltandoci, senza sentirsi già addestrati, possiamo dare una svolta. Ma dobbiamo avere uno sguardo nuovo verso le nostre terre, senza abbandonare le altre.

domenica 31 ottobre 2010

Un PD più attento al nord? Si lo vogliamo



di Nereo Tiso





E' da qualche tempo che pezzi del nostro partito se ne vanno o si mettono in disparte. Le ragioni sono diverse, ma è il malumore, la difficoltà di vedere per il Partito Democratico un futuro in questa regione o un futuro del Partito. Qua non si tratta di caricare la croce sulle spalle di chi se ne è fatto carico fin dall'inizio come segretario o che ora dove tenere la barra, ma di tutti coloro che, per assecondare un esclusivismo nazionalistico, hanno dimenticato che la nostra regione ha un bisogno pesante di politica di centro sinistra. Questo non signfica dimenticare gli altri e fondare un altro partito, magari una Lega di Centro sx, ma avere una costante attenzione verso un modello sociale ed economico del tutto particolare che è quello veneto e che, purtroppo, fatica ad avere speranza nel domani come quando iniziò rapidamente a risalire i gradini della scala della ricchezza.

Possiamo dire che in Veneto si crea buona parte della ricchezza italiana oppure dobbiamo tacerlo? Possiamo dire che la miriade di piccoli e medi imprenditori sono in difficoltà e che, se chiudono i battenti può arrivare una crisi sociale ingestibile dopo quella economica? Possiamo dire che la famiglia veneta è cambiata, trasformata dalla ricchezza e che non è più l'unico sistema di welfare parentale che ha risolto e non pochi problemi e che dunque bisogn na ripensare il sistema di welfare? Possiamo dire che ci sono delle grandi eccellenze che vanno coltivate e che non possono essere contratte nel riconasocimento e nei finanziamenti?

Naturalmente con ciò non si disconosce l'importanza delle altre regioni ma che hanno esigenze e storie diverse ce va nno salvaguardagte e tutelate. Sempre senza sardicamente folli e inutili da un aprtito che deve rappresentare tutti gli italiani.

Ma dirò ancora di più. Vogliamo veneti, o comunque cittadini del Veneto che ci rappresntino nelle isitutzioni? Credo di sì. Ma non perché necessariamente debbano parlare la nostra lingua, ma perché debbano essere rappresentativi di questo territorio, della sua gente, e contare sulla sua fiducia. Credo che il servizio da dare alla politica che è servizio al paese, alla regione, alla provincia, al comune, al quartiere, ma soprattutto ai cittadini, deve passare attraverso la vita di questi ultimi, dentro la vita degli stessi. E' un lavoro costante per il bene comune, faticoso, che occupa tempo e fa che chi si è assunto questa responsabilità, sappia qual è l'obiettivo perché ha ben presente che cosa voglia dire la fatica di stare al di fuori di qualsiasi privilegio politico. Le nuove generazioni di giovani che si occupano di politica e che sentono di far parte del partito Democratico, sappiano che non è stare davanti alle fabbriche, agli uffici, alle scuole ecc. che si capisce bene che cosa voglia dire il lavoro, ma anche standoci dentro, magari in mezzo a mille difficoltà.

Spero che il tempo possa essere giusto maestro per capire che molti possono avere idee, sogni e speranza per dare un volto nuovo alla politica e al nostro partito. Non c'è nulla e nessuno che sia un rottame, ma molti che debbano capire che una nuova stagione è arrivata e che il nostro Partito sia in Italia che in Veneto ha bisogno di nuova linfa più che di rincorrere gli altri; ha bisogno di gente che sappia avere un respiro ampio; ha bisogno delle sue storie sulle quali radicare il presente senza farne che per questo le storie diventino presente; ha bisogno di capire e sapere che ormai abbiamo passato il berlusconismo perché abbiamo idee e proposte che lo superano.

E dobbiamo partire dal nostro territorio, dalla nostra gente, dai nostri dirigenti politici, da coloro che si impegnano, che danno il loro trempo, la loro capacità e la loro professionalità.

Credo che questa sia la speranza per donne e uomini, giovani e vecchi che hanno voglia di respirare aria nuova e a pieni polmoni. Il tempo opportuno ormai è giunto: Rimbocchiamoci le maniche.

lunedì 17 maggio 2010

Le indifferenti contraddizioni e il Partito Democratico

di Nereo Tiso
Sabato scorso mi trovavo a Sotto il Monte per un convegno, città alle porte di Bergamo, famosa perché ha visto nascere papa Giovanni XXIII. Come sappiamo a Bergamo c'era il raduno nazionale degli alpini che, in 400.000, avevano coperto i 90.000 abitanti di Bergamo. Ma ciò che stupiva, arrivando a Bergamo, era la cornice di tricolori appesi ad ogni casa, ad ogni angolo di strada e anche ai muri di molte fabbriche. Fin qua niente di strano. Dobbiamo dire, però, moltissimi comuni del bergamasco sono della Lega, molti altri da Liste civiche di centro destra. Anche la città ha un sindaco di centro destra. Quindi, con estrema serenità e indifferenza, oggi espongono il tricolore che evoca valori di solidarietà, di unità dell'Italia, di giustizia, di pluralità religiosa, di accoglienza, di integrazione, della Patria, e domani, ritirano la bandiera tricolore e, con assoluta non curanza, espongono un'altra bandiera che evoca altri valori, opposti a quelli evocati il giorno precedente: padroni a casa nostra, le tasse a casa nostra e gli altri si arrangino, i clandestini non li vogliamo, siamo cristiani e i musulmani a casa loro e via dicendo.
Il sistema ha costruito una coscienza "aperta" nella quale affermare una cosa e in contrario della stessa non crea nessun problema, anzi. Decidere che quel che conta è prima di tutto essere garantiti e sentire contemporaneamente la solidarietà come un valore è, diciamo, normale. Poi, se andiamo ad approfondire ancora, notiamo che la stessa persona può essere iscritta alla FIOM, andare a messa alla domenica e votare Lega con assoluta tranquillità.
E il Partito Democratico? Ha bisogno di sgrezzare il suo intelletualismo. Non può dire solo che è in grado di dare risposte ma, soprattutto che inizia ad ascoltare la gente, anche quella che non capisce niente di politica, quella che non è andata a votare, quella che non lo vuole vedere o sentire, quella che non riconosce la sua bandiera, quella che di fronte ai problemi che la affliggono, necessita di interlocutori credibili dando delle rispote "brevi" e "a breve". Il proliferare di riunioni, talvolta desolatamente vuote, deve spingerci a cambiare modo di avvicinare le persone che poi, alla fine, sono quelle che hanno le maggiori necessità e poi...votano. Dobbiamo incontrarle dove sono non dove vorremmo che fossero; i nostri circoli, mandamenti, devono prendere coscienza che il PD è in difficoltà perché, anche gli stessi iscritti, simpatizzanti o appartenenti ai circoli, cominciano a non crederci più e ad essere delusi. Forse non riusciremo a ridurre le contraddizioni, ma dobbiamo cambiare rotta. Ora siamo una forza di minoranza ma non di minorati: dobbiamo informare, formare, rianimare, rivitalizzare e, perché no, entusiasmare. Lo so, anche in noi ci sono delle contraddizioni, ma nella nostra intelligenza deve valere l'umiltà di non essere degli "imparati" perchè provenienti da altre esperienze politiche, ma avere sempre da imparare perché la politica cambia, il sistema sociale è cambiato, la gente cambia modo di pensare. Solo noi siamo cronicamente in una macchina che non parte? Credo di no. Avviciniamo la nostra gente, riconosciamo che i problemi del nostro territorio non sono quelli di altri territori e che la nostra presenza non è mai banale. Informiamo, manteniamo i contatti, incontriamo, mappiamo il territorio, facciamo proposte condivise; insomma facciamo politica. Poi penseremo alle alleanze.

domenica 2 maggio 2010

PD e UDC a Padova una collaborazione possibile

di Claudio Sinigaglia - Consigliere Regionale

Qualcuno sta storcendo il naso di fronte all’ingresso dell’UDC nella giunta del Comune di Padova. “Ma come? Poco meno di un anno fa l’UDC, alleandosi con il centro destra, ha messo seriamente a rischio l’elezione di Zanonato... L’UDC ha governato con Galan fino all’ultimo istante...”.
Tutto vero, ma ciò che sta succedendo nell’Italia settentrionale e nel Veneto in modo particolare, sta spingendo le forze politiche democratiche ad interrogarsi sul rischio di una deriva populista e autoritaria dalle conseguenze conflittuali con pesanti ingiustizie sociali.
Non a caso la campagna elettorale per le regionali dell’Udc, condotta da De Poli, è stata interamente impostata contro la destra leghista e il pericolo che essa rappresenta per i tradizionali valori veneti.
Penso sia proprio questo, assieme alla comune opposizione al governo Berlusconi, il punto di partenza per compiere con l’Udc un percorso dall’ avvio programmatico, ma con degli scenari che potrebbero diventare strategici.
Anche in Austria la Destra autoritaria sale di molto, ma rimane isolata al 16% e non può governare. In Italia invece la Destra leghista conquista due Regioni perché viene legittimata e sostenuta dal PDL che le consente grandi conquiste al Nord in cambio dell’appoggio, ovvero dei numeri, per guidare l’intero Paese.
Gli accordi ricattatori tra Bossi e Berlusconi sono evidentissimi: senza Bossi non sarebbero stati approvati i provvedimenti ad personam a favore di Berlusconi e neppure sarebbero stati finanziati i Comuni dissestati di Palermo, Catania, Roma... in cambio Bossi incassa la promessa del federalismo e la guida di Piemonte e Veneto.
Le ultime elezioni hanno dimostrato come il progetto del PDL, liberismo in economia e nella finanza – concorrenza nei mercati – autoregolazione sociale, abbia perso sostanziale credibilità e per riuscire a rimanere al potere abbia bisogno di ricorrere alle sferzate identitarie, con tratti di evidente, ma sempre scusato, razzismo, portato dalla Destra leghista.
L’udc ha preso nettamente le distanze da questi accordi in nome di riferimenti valoriali alla persona, alla famiglia e alla comunità che anche il PD condivide. Sulla base di questi comuni riferimenti è possibile anche a Padova governare assieme.
Si perché il Pd a Padova ha dimostrato di saper mettere assieme legalità, sicurezza e solidarietà. Non ha mai tradito il rispetto per la persona in tutte le fasi della sua vita e in tutte le condizioni sociali, ha aiutato la crescita delle famiglie, ha promosso importanti progetti di prevenzione ed educazione, ha investito in cultura, ambiente, mobilità e sviluppo sostenibile. Difficile rimanere insensibili di fronte ad un percorso cosi coerente e lineare, che mi auguro possa essere riconosciuto da un maggioranza di cittadini sempre più ampia.

Il PD nel Veneto e del Veneto: ora abbiamo tempo


Ieri sul Mattino di Padova leggo l'attenzione di Laura Puppato al Partito Democratico del Nord. Questo mi entusiama, perché, non solo condivido, ma ho cercato di parlarne con molti del nostro partito, con scarsi risultati, a dir la verità. E quando dico molti, parlo anche della classe dirigente romana, di deputati veneti oltre che dirigenti. Qualcuno mi riferiva che per avere un partito democratico del nord sarebbe necessario fondare un altro partito: niente di più falso e...avvilente. Tra l'altro, il 18 settembre in una nota su fb, scrivevo:"...un partito “federato”. Il partito federato non può essere definito da una troppo aleatoria “attenzione” al territorio. Esso dovrà partire dal “federalismo di partito” nel quale il partito nel territorio non inizia dal secondo gradino rispetto al partito nazionale, ma opera sullo stesso livello a partire da una sussidiarietà dal basso. Nel senso che i candidati scelti sul territorio, sia regionali che nazionali, dovranno rimanere sul territorio, fare maggiore attenzione alle ragioni e alle cause delle situazioni acquisendo una responsabilità sostanziale nei confronti dei cittadini. Un sorta di democrazia attiva e partecipativa. Le domande che mi pongo per tentare di capire sono: i problemi sociali ed economici, le difficoltà delle imprese del Veneto sono gli stessi della Sicilia? Vanno affrontati allo stesso modo? Padova o Verona o Vicenza, possono paragonarsi a Catania, Reggio Calabria, piuttosto che Bari? Credo che ogni Regione possa avere non un partito Democratico regionale chiuso nei suoi confini, ma un PD capace di conquistare il proprio territorio perché sta nel territorio e conosce il territorio. Non sono solo le regole che fanno un partito federato, ma le donne e gli uomini che hanno a cuore la loro terra con i suoi cittadini - in questo caso la nostra Regione Veneto - se ne occupano e anche se ne pre-occupano. Se le alleanze sono fondamentali per poter sbalzare dal trono il Centro Destra, sarà fondamentale che il nostro partito cominci a occuparsi delle periferie delle nostre città, delle nostre Università e della ricerca, dei nostri poli economici, della viabilità visto che sulle nostre strade passa la maggior parte delle merci provenienti dall’est; delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dell’integrazione, della sicurezza dei nostri territori, e via dicendo. Certo sempre avendo davanti a sé un rapporto stretto con il partito nazionale, con le altre regioni. Necessaria sono collaborazione, solidarietà, welfare condiviso ma anche l’auspicio che le altre regioni possano e debbano fare lo stesso. L’appiattimento può essere rischioso...". Certo è un'autocitazione, ma credo che questa sia la strada. Mi piacerebbe che se ne parlasse di più e anche i nostri giovani, sempre pronti al "rinnovamento" siano lesti e non ripetano continuamente le litanie dei loro capi. E' necessario tracciare una linea per il futuro di questo partito in questa regione a partire da domani mattina cercando di recuperare identità, proposte, innovazione, facce nuove, confronto. Rincorrere la Lega? Ma per carità! Solo chi non ha fiato ha bisogno che gli altri gli taglino l'aria. Dopo di ciò, lavorare, lavorare, lavorare per scovare con idee chiare quel 30% per cento che il 28 e 29 marzo è rimasto a casa a guardare la TV e ascoltare, ascoltare, ascoltare tutti. I protagonisti si facciano attori e latori di un cambiamento e non parolai senza vedute aperte. Il consenso bisognerà catturarselo sul campo, altrimenti andremo ancora a ruota come un carrozzone dietro all'aitante carroccio. Credo che questo non sia nel nostro intento e quindi invito tutti a fare memopria del passato ma a essere priettati al futuro. Oppure volete ancora una volta, tra tre o cinque anni, ritrovaci a discutere tra correnti per il candidato e poi scegliere il terzo incomodo in un Veneto ancora sconquassato? Io spero di no.

lunedì 5 aprile 2010

Il PD nel Veneto e del Veneto: ora abbiamo tempo


di Nereo Tiso



Ieri sul Mattino di Padova leggo l'attenzione di Laura Puppato al Partito Democratico del Nord. Questo mi entusiama, perché, non solo condivido, ma ho cercato di parlarne con molti del nostro partito, con scarsi risultati, a dir la verità. E quando dico molti, parlo anche della classe dirigente romana, di deputati veneti oltre che dirigenti. Qualcuno mi riferiva che per avere un partito democratico del nord sarebbe necessario fondare un altro partito: niente di più falso e...avvilente. Tra l'altro, il 18 settembre in una nota su fb, scrivevo:"...un partito “federato”. Il partito federato non può essere definito da una troppo aleatoria “attenzione” al territorio. Esso dovrà partire dal “federalismo di partito” nel quale il partito nel territorio non inizia dal secondo gradino rispetto al partito nazionale, ma opera sullo stesso livello a partire da una sussidiarietà dal basso. Nel senso che i candidati scelti sul territorio, sia regionali che nazionali, dovranno rimanere sul territorio, fare maggiore attenzione alle ragioni e alle cause delle situazioni acquisendo una responsabilità sostanziale nei confronti dei cittadini. Un sorta di democrazia attiva e partecipativa. Le domande che mi pongo per tentare di capire sono: i problemi sociali ed economici, le difficoltà delle imprese del Veneto sono gli stessi della Sicilia? Vanno affrontati allo stesso modo? Padova o Verona o Vicenza, possono paragonarsi a Catania, Reggio Calabria, piuttosto che Bari? Credo che ogni Regione possa avere non un partito Democratico regionale chiuso nei suoi confini, ma un PD capace di conquistare il proprio territorio perché sta nel territorio e conosce il territorio. Non sono solo le regole che fanno un partito federato, ma le donne e gli uomini che hanno a cuore la loro terra con i suoi cittadini - in questo caso la nostra Regione Veneto - se ne occupano e anche se ne pre-occupano. Se le alleanze sono fondamentali per poter sbalzare dal trono il Centro Destra, sarà fondamentale che il nostro partito cominci a occuparsi delle periferie delle nostre città, delle nostre Università e della ricerca, dei nostri poli economici, della viabilità visto che sulle nostre strade passa la maggior parte delle merci provenienti dall’est; delle famiglie, dei giovani, degli anziani, dell’integrazione, della sicurezza dei nostri territori, e via dicendo. Certo sempre avendo davanti a sé un rapporto stretto con il partito nazionale, con le altre regioni. Necessaria sono collaborazione, solidarietà, welfare condiviso ma anche l’auspicio che le altre regioni possano e debbano fare lo stesso. L’appiattimento può essere rischioso...". Certo è un'autocitazione, ma credo che questa sia la strada. Mi piacerebbe che se ne parlasse di più e anche i nostri giovani, sempre pronti al "rinnovamento" siano lesti e non ripetano continuamente le litanie dei loro capi. E' necessario tracciare una linea per il futuro di questo partito in questa regione a partire da domani mattina cercando di recuperare identità, proposte, innovazione, facce nuove, confronto. Rincorrere la Lega? Ma per carità! Solo chi non ha fiato ha bisogno che gli altri gli taglino l'aria. Dopo di ciò, lavorare, lavorare, lavorare per scovare con idee chiare quel 30% per cento che il 28 e 29 marzo è rimasto a casa a guardare la TV e ascoltare, ascoltare, ascoltare tutti. I protagonisti si facciano attori e latori di un cambiamento e non parolai senza vedute aperte. Il consenso bisognerà catturarselo sul campo, altrimenti andremo ancora a ruota come un carrozzone dietro all'aitante carroccio. Credo che questo non sia nel nostro intento e quindi invito tutti a fare memopria del passato ma a essere priettati al futuro. Oppure volete ancora una volta, tra tre o cinque anni, ritrovaci a discutere tra correnti per il candidato e poi scegliere il terzo incomodo in un Veneto ancora sconquassato? Io spero di no.

giovedì 1 aprile 2010

Partito democratico: che fare?

di Nereo Tiso

Siamo un partito nato da appena tre anni e sembriamo già stanchi, asseufatti dalle sconfitte, dalle infinite discussioni, dalle difficoltà delle scelte e della linea politica condivisa. Una vera fatica. C'è sempre qualcuno che ritiene di godere di un qualche potere, piccolo magari, ma sempre potere; qualcun altro, legato alla sua rispettabile storia politica, che dice si fa così perché le ragioni politiche sono le ragioni politiche; altri che hanno già deciso ciò che succederà domani o dopo domani. Ancora una campagna elettorale pesante, costosa in termini di energie, impegno personale dei candidati e dei militanti, che ci ha condotto, purtroppo, ad una pesante sconfitta. Certo, qualche piccola rivincita nei comuni capoluogo, vedi Venezia (a dire la verità un piacere alla Lega l'abbiamo fatto rendendola ancora più forte...) ma la situazione ha bisogno ri-revisione e rinnovamente. Oggi Prodi, l'unico che ci ha saputo, finora, tirare fuori dalle sabbie mobili, ha detto che "bisogna cambiare facce". Forse non è la prima volta che ce lo sentiamo dire. Ed ha ragione Ma le facce possono subire dei lifting, ma sono le proposte politiche, quelle per cui si può stare dall'altra parte della barricata. Leccarsi le ferite? Si rischia di peggio. Leggo pensieri di giovani militanti che mi sembra abbiano fatto anche loro il lifting, in senso inverso: poche idee, sottolineatura sulle mini vittorie dicendo infine che abbiamo vinto, poco, ma abbiamo vinto (per non creare ulteriori dispiaceri agli elettori...).Insomma, cosè già viste e sentite. Comunque, forse, è da chiedersi come mai si vince ancora: questioni di persone, di leaders, o di proposte innovative? Io penso di tutte e tre. Dobbiamo inseguire il PDL o la Lega? Non possiamo avere autorevolezza politica per proporre novità sgnificative di governo? Io credo di sì. Dobbiamo ritrovare persone che abbiano autorevolezza e idee e non che gridino al lupo. Evidentemente a Padova e Venezia, persone e idee hanno fatto vincere il centrosinistra e da lì bisogna iniziare. Avere resistito all'accerchiamento è un fatto. Ciò non toglie che non si debba rinnovare, riproporre, riflettere ancora sulla necessità di un partito che sia dell'Università e del marciapiede da riparare. In sostanza, là vicino alle persone, non da snob, ma come chi condivide una storia, le difficoltà e i porblemi di ogni giorno. E questo perché nessuno "si senta solo, rimanga solo e sia lasciato solo" (Fassino, qualche anno fa a Padova...). Comunque le persone non devono essere buttate: l'esperienza ha valore, ma per il rinnovamento...Da oggi

mercoledì 24 giugno 2009

Abbiamo vinto: GRAZIE FLAVIO

di Nereo Tiso
Mamma mia, quali brividi! Aver costruito un muro contro l'onda animala che stava investendo anche la nostra città, è stato strraordinario. Con grande impegno siamo riusciti a portare alla vittoria Falvio Zanonato che, con la sua pacatezza, le sue proposte chiare, la usa esperienza e la sua profonda conoscenza della città, ha saputo dimostrare che le confuse idee del candidato Marin e della sua compaggine a Padova non potevano albergare. Nonostante la pletora di ministri presentatasi in città, dal più piccolo al più "medio" (il più grande è impegnato altrove!!!), non sono stati in grado di sconfiggere la granitica solidità di proposte per il futuro e di un lavoro eccellente svolto negli ultimi cinque anni. Grazie ai partiti che si sono impegnati, ai cittadini che ci hanno creduto, ai militanti e non solo, che hanno lavorato fino all'ultimo minuto, siamo riusciti ad ottenere questa entusiamante vittoria. E' la vittoria di una parte, ma la politica non può che essere per tutti i cittadini; il bene comune non può escludere nessuno e il primato della persona dev'essere sempre davanti a chi governa la cosa pubblica. Ed è su questi elementi che si è sviluppato il programma per la città di Zanonato e non sull'enunciazione di valori ipotetici da parte di Marin che non si capiva bene dove volesse arrivare (sono a favore dei respingimenti dei barconi, ma credo nella solidarietà!!!).E poi! La continua ostentazione del proprio essere cattolico, cercare di portare dalla propria parte le istituzioni ecclesiali, le parrocchie, gli istituti religiosi. Il Comune è nato per il governo della città nella quale convivono cattolici, ebrei, mussulmani, persone di altre religioni e anche persone senza nessuna religione. Quali di questi escludiamo? Mi dispiace, ma essere cattolico vuol dire altre cose. Ora che siederò in Consiglio Comunale per la prima volta, non lo farò da cattolico, bensì da persona che ha una sua storia, dei valori da condividere e che vuole confrontarsi per il bene dei cittadini; di tutti i cittadini, senza esclusione alcuna. E questo senza continuamente aizzare i cittadini con la sicurezza, fomentando la paura che può degenerare nell'inimicizia, strada perversa verso l'odio. Scrive Umberto Eco:" Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo". Noi abbiamo deciso di percorrere altre strade: accoglienza, integrazione, diritti-doveri e repressione per chi delinque. La strada è già stata aperta e non si può chiudere.E ora al lavoro! Ne apriremo di nuove per una città nuova a misura d'uomo.

lunedì 2 marzo 2009

Franceschini...l'eletto e gli umori dei costituenti



di Nereo Tiso

eccomi presente ad informarvi su quanto successo ieri all’assemblea nazionale del Partito Democratico. Prima però, mi sento di fare una premessa necessaria per evitare l’illusione che tutti i problemi si risolvessero col voto, quasi unanime, del nuovo segretario del partito, Dario Franceschini.
Ciò che si è consumato in questi giorni nel nostro partito mette molto a disagio e ci induce a fare i conti con ogni futura possibilità. La nomenklatura sta ancora al suo posto e non credo se ne starà zitta ad ascoltare il “buon” Dario anche se ieri, con decisione, ha ribadito che deciderà da solo” sulle persone.
Comunque, il timore era, almeno da parte mia, che l’assemblea (ri)costituente andasse deserta oppure che i delegati presenti non fossero in grado di prendere decisioni sagge lasciando il Partito allo sbando, i suoi sostenitori in crisi d’identità (se sono stati in grado finora di costruirne una…).
Sta di fatto che all’assemblea erano presenti circa millecinquecento delegati che hanno saputo, anche con dibattiti infuocati e accuse mirate, con iniziative forti per ribadire il proprio NO ad un partito così impresentabile, scegliere la via, a parer mio, della saggezza.
Molti, in effetti, avrebbero voluto primarie e congresso subito per eleggere un nuovo segretario con una nuova assemblea costituente e con nuove persone in grado di costituire un gruppo dirigente degno di questo nome. Il percorso sarebbe stato lungo e complesso: la fretta avrebbe portato a prendere decisioni sull’onda dell’emotività e non della ragione e sconvolgere il partito col rischio, paventato da Rosy Bindi nel suo intervento, di una scissione e di un ritorno ai partiti di provenienza.
Il dibattito è stato vero e franco, le accuse non si sono risparmiate, soprattutto alla dirigenza che, tra l’altro, si è presentata a parlare solo con Fassino e la Bindi: tutti gli altri in prima fila, in silenzio. Certo è che, anche tutti coloro che hanno preso la decisione di votare Franceschini non hanno risparmiato nulla a coloro che sono stati considerati i primi responsabili della situazione. Ma loro, impassibili.
E in fine il discorso di Franceschini. Pacato ed emozionato all’inizio, si è poi aperto all’assemblea che comunque lo sosteneva anche se, chiaramente, non tutta. Ha affrontato temi importanti di politica e ha riconosciuto gli errori fatti dal partito e, soprattutto, quelli fatti dalla sua dirigenza. Ora, dice Franceschini: basta parlare del PD davanti alle TV, ma solo di politica per far capire quali sono le proposte del PD e gli errori del governo; ostiene con forza l’unità dei sindacati.; vuole valorizzare anche chi non ha nessuna appartenenza politica precedente; riprendere i temi etici nel rispetto della costituzione. Oggi, dice ancora Franceschini, “si è costruita una nuova appartenenza”.
Se venerdì mi preoccupavo per l’assemblea di sabato, ora mi preoccupo per lunedì, quando inizieranno le pressioni sul neo eletto. Invettive, fuochi incrociati. Si poteva fare diversamente? Forse sì. Credo alle primarie perché esprimono democrazia; ma in questo momento, erano utili con la campagna elettorale che inizierà tra due mesi nella quale dovremo chiarire soprattutto di aver ritrovato un’identità (?) e di avere una precisa proposta politica oltre ad avere un segretario a tutti gli effetti che cercherà di accompagnare questo partito al prossimo ottobre e alle prossime amministrative ed europee? Io penso di no.
Altri rischi oltre ai probabili fuochi: Franceschini è stato vice di Veltroni e ne ha condiviso errori e anche le molte cose positive: saprà smarcarsi da questo fardello? L’inizio è stato positivo e promettente, ma le pressioni saranno molto forti. Riuscirà/emo ad arrivare ad ottobre recuperando fiducia negli elettori? Saprà fare un’opposizione seria al Governo presieduto, come sappiamo, non da uno statista gentiluomo, ma dal ringhioso personaggio delle TV? Comincerà a fare proposte forti per migliorare la situazione dei cittadini e , soprattutto, farsi capire? Saprà scrollarsi di dosso gli arroganti del partito? Il cammino è in salita per Franceschini; per tutto il PD è in ri…salita.
Non dobbiamo perdere la speranza.

Addio Veltroni...



è un giorno veramente triste per il nostro Partito: le dimissioni del segretario nazionale Veltroni ci fanno sprofondare nel buio, se ancora ce ne fosse stato bisogno dopo le sonore sconfitte elettorali in Abruzzo e in Sardegna. Non è l’errore di uno che ha portato alla debacle del partito che, nonostante tutto, poteva svilupparsi, mostrare un’identità nuova, la volontà di essere veramente un catalizzatore propositivo di idee e proposte perché ognuno potesse sentirsi rappresentato.
Purtroppo i particolarismi, le storie di provenienza, le incrostazioni dei vecchi partiti, i diversi valori di partenza hanno prodotto l’incapacità dei dirigenti nazionali e, a cascata, di quelli locali, di costruire quel reale partito NUOVO nel quale tutti abbiamo creduto e, spero, crediamo. Purtroppo è stato messo il vino nuovo in otri vecchi: Cattolici contro laici e viceversa, ex Margherita contro ex DS; Rutelliani e Parisiani; Bindiani e Lettiani; Dalemiani e Fassiniani, tutti a discutere, ad accusarsi, ad essere prime donne sulla scena. Tutto ciò ha imbrigliato l’entusiasmo della base, di coloro che per la prima volta si impegnavano in politica perché ritenevano che il PD fosse la vera alternativa all’egemonia Berlusconiana; un vero Centro Sinistra democratico nato dalla grande esperienza dell’Ulivo. Purtroppo, parte di questi ha deciso di cambiare rotta o di rinnegare la scelta fatta in precedenza di affidarsi al Partito Democratico o di astenersi col non voto. Non solo, ci si è arrovellati per mesi nello stabilire le regole che, memori di altri tempi, spesso venivano violate dagli stessi che le avevano preparate.
La linea politica del partito ne ha risentito e i problemi della gente sono stati tenuti, ahimè! In secondo piano. Una crisi economica spaventosa messa sotto naftalina dal presidente del Consiglio; un’informazione bieca, che si è concentrata per mesi solo, purtroppo, su problemi, seppur importanti, di bioetica, creando dissapori, antagonismi, incomprensioni soprattutto all’interno del PD dove non era chiara, se non assente, la sua proposta sul problema; una momento di grande difficoltà sociale; la scuola messa sul banco degli imputati che dovrà sopportare cambiamenti che nulla hanno a che fare con il futuro dei nostri giovani e molto altro, hanno visto il nostro Partito non riuscire a dimostrare che i problemi sono veri e non fittizi. Di fronte ai carri armati della maggioranza, purtroppo, le armi da usare devono essere adeguate
Io spero che tutto ciò non finisca e la mia speranza è che si arrivi a guardarsi negli occhi e a capire che chi ha deciso di non volere il Partito Democratico dovrà fare le valige. Non può pagare solo il segretario e gli altri, garantiti a vita. Persone nuove esistono, non necessariamente giovani; persone con energia che hanno lavorato nelle amministrazioni, a contatto con la gente, o nelle cariche di secondo piano del Partito, svincolati dal vecchio senso di appartenenza e senza essere i megafoni dei dirigenti nazionali, gli unici ad apparire.
Credo che si dovrà agire subito:
. i cattolici non possono essere Binetti e Bobba: non mi sento rappresentato da loro né tanto meno da coloro che ostentano la bandiera della cattolicità. Io credo, e ne sono convinto, che la politica è mediazione, discussione: io, cattolico, in politica devo discutere da laico, senza rinnegare la mia identità. I laici non cattolici devono fare altrettanto. A volte può costare molto.
. gli ex DS e Margherita: basta particolarismi. Le regole ci sono: rispettiamole. Anche a livello locale. Nessun privilegio né distribuzione di “benefici”
. chi ha voglia di lavorare per continuare a costruire questo Partito, lo faccia con proposte e idee;
. Ognuno dovrà assumersi la responsabilità, se vorrà candidarsi per poi essere scelto secondo le regole stabilite, di prepararsi
. Valorizzare l’esperienza ma aprirsi alla novità. La gerontocrazia politica (non degli uomini) ha bisogno di ringiovanire e confrontarsi sempre. Fare POLITICA.
. Mettersi costantemente in ascolto della gente comune perché è con questa che la politica deve lavorare.

Non perdiamo la speranza…



Gli ex-voto del Pd

di ILVO DIAMANTI


SCOMPARSI. Molti elettori che un anno fa avevano votato per il Pd: chissà dove sono finiti. I sondaggi condotti dai maggiori istituti demoscopici, infatti, oggi stimano il voto al Pd fra il 22 e il 24%. Alcuni anche di meno. L'IdV di Antonio di Pietro, parallelamente, ha pressoché raddoppiato i consensi e si attesta intorno al 9%. Le diverse formazioni riunite un anno fa nella Sinistra Arcobaleno, infine, hanno risalito la china, ma di poco. Nell'insieme, queste stime di voto non danno risposta al quesito. Anzi: lo rilanciano. Dove sono finiti gli elettori che avevano votato per il Pd nel 2008? Rispetto ad allora mancano circa 10 punti percentuali. L'IdV ne ha recuperato qualcuno. Ma non più di 2 o 3, secondo i flussi rilevati dai sondaggi. E gli altri 7-8? Quasi 3 milioni di elettori: svaniti. O meglio: invisibili a coloro che fanno sondaggi. Perché si nascondono. Non rispondono o si dichiarano astensionisti. Oppure, ancora, non dicono per chi voterebbero: perché non lo sanno. Certamente, non si tratta di una novità. L'incertezza è una condizione normale, per gli elettori. D'altronde, è da tempo che non si vota più per atto di fede. Inoltre, non si è ancora in campagna elettorale. E di fronte non ci sono elezioni politiche, ma altre consultazioni, nelle quali gli elettori si sentono più liberi dalle appartenenze. Come dimenticare, d'altronde, che il centrodestra ha perduto tutte le elezioni successive al 2001? Amministrative, europee, regionali. Fino al 2006: tutte. Forza Italia, in particolare. Nei mesi seguenti alle regionali del 2005 i sondaggi la stimavano sotto il 20%. Dieci punti in meno rispetto al 2001. Come il Pd oggi. Ridotto al rango del Pds nel 1994. Sappiamo tutti cosa sia successo in seguito. Parte degli elettori di FI sono rientrati a casa, trascinati dal loro leader. Mobilitati dal richiamo anticomunista. Dalla paura del ritorno di Prodi, Visco e D'Alema.
Se ne potrebbe desumere che qualcosa del genere possa avvenire, in futuro, anche nella base elettorale del Pd. Ma ne dubitiamo. Non solo perché un richiamo simmetrico, in nome dell'antiberlusconismo, oggi è già largamente espresso - urlato - da altri attori politici. Primo fra tutti: Di Pietro. Non solo perché le elezioni europee - come abbiamo detto - non sono percepite come una sfida decisiva. Visto che sono, appunto, europee. Ma perché la defezione dichiarata nei confronti del Pd ha un significato diverso da quella che colpiva il centrodestra negli anni del precedente governo Berlusconi. Allora, gli astenuti reali (rilevati alle elezioni) e potenziali (stimati dai sondaggi), tra gli elettori di FI, erano semplicemente "delusi". Insoddisfatti dell'andamento dell'economia e dell'azione del governo. Il quale aveva alimentato troppe promesse in campagna elettorale. Difficili da mantenere anche in tempi di crescita globale. Mentre, dopo l'11 settembre del 2001, quindi subito dopo l'insediamento, era esplosa una crisi epocale, destinata in seguito ad aggravarsi. Si trattava, perlopiù, di elettori senza passione. Moderati oppure estranei alla politica. Non antipolitici. Semplicemente impolitici. Non era impossibile risvegliarli. Spingerli ad uscire di nuovo allo scoperto. Il caso degli elettori del Pd è molto diverso, come si ricava da alcuni sondaggi recenti di Demos. Coloro che, dopo averlo votato un anno fa, oggi si dicono astensionisti, agnostici o molto incerti (circa il 30% della base PD) appaiono elettori consapevoli, istruiti, politicamente coinvolti. Rispetto agli elettori fedeli del PD, si collocano più a sinistra. Si riconoscono nei valori della Costituzione. Sono laici e tolleranti. Ça va sans dire. Oggi nutrono una sfiducia totale nei confronti della politica e dei partiti. Anzitutto verso il Pd, per cui hanno votato. Per questo, non si sentono traditori, ma semmai traditi. Perché hanno creduto molto in questo soggetto politico. Per cui hanno votato: alle elezioni e alle primarie. E oggi non riescono a guardare altrove, a cercare alternative. La loro sfiducia, d'altronde, si rivolge oltre il partito di riferimento. Anzi: oltre i partiti. Oltre la politica. Si allarga al resto della società. Agli altri cittadini. Con-cittadini. Rispetto ai quali, più che delusi, si sentono estranei. Gli ex-democratici. Guardano insofferenti gli italiani che votano per Berlusconi e per Bossi. Quelli che approvano le ronde e vorrebbero che gli immigrati se ne tornassero tutti a casa loro. La sera. Dopo aver lavorato il resto del giorno nei nostri cantieri. Gli ex-democratici. Provano fastidio - neppure indignazione - per gli italiani. Che preferiscono il maggiordomo di Berlusconi a Soru. Che guardano Amici e il Festival di Sanremo, il Grande Fratello. Che non si indignano per le interferenze della Chiesa. Né per gli interventi del governo sulla vicenda di Eluana Englaro. Non sono semplicemente delusi e insoddisfatti, come gli azzurri che, per qualche anno, si allontanarono da Berlusconi. Ma risposero al suo richiamo nel momento della sfida finale. Questi ex-democratici. Vivono da "esuli" nel loro stesso paese. Lo guardano con distacco. Anzi, non lo guardano nemmeno. Per soffrire di meno, per sopire il disgusto: si sono creati un mondo parallelo. Non leggono quasi più i giornali. In tivù evitano i programmi di approfondimento politico, ma anche i tiggì (tutti di regime). Meglio, semmai, le inchieste di denuncia, i programmi di satira. Che ne rafforzano i sentimenti: il disprezzo e l'indignazione. Questa raffigurazione, un po' caricata (ma non troppo), potrebbe essere estesa a molti altri elettori di sinistra (cosiddetta "radicale"). Scomparsi anch'essi nel 2008 (2 milioni e mezzo in meno del 2006: chi li ha visti?). Non sarà facile recuperarli. Per Franceschini, Bersani, D'Alema, Letta. Né per Ferrero, Vendola, lo stesso Di Pietro. Perché non si tratta di risvegliare gli indifferenti o di scuotere i delusi. Ma di restituire fiducia nella politica e negli altri. Di far tornare gli esuli. Che vivono da stranieri nella loro stessa patria

venerdì 21 novembre 2008

Notizie di casa...nostra



Carissimi,

penso sia mio dovere mettervi al corrente di cosa sta succedendo all’interno del Partito Democratico, capace di camminare, contrastare, litigare e proporre. A livello nazionale se ce ne fosse stato bisogno, si inizia a capire come il Governo berlusconiano delle apparenze, dei proclami, cominci a segnare il passo e ad accorgersi che la popolarità e il populismo non sono stabili e sono in …recessione. Basti pensare alle scelte su scuola e Università; sulla delegittimazione degli addetti all’amministrazione pubblica, di quelli cattivi (fannulloni?) e di quelli meno buoni, tanto da far pensare che il privato potrebbe subentrare al pubblico in quanto più efficiente meno costoso. Si riversa sulla gente comune il pensiero della denigrazione degli statali, quasi come un oppiaceo perché questa non pensino ai problemi, ben più consistenti delle difficoltà economiche che sta vivendo. Ma non mi dilungo…
Credo sia opportuno riflettere sulla situazione locale che, a breve, ci interesserà da vicino con le elezioni amministrative, senza dimenticare il PD regionale che ha avuto un momento importante sabato 8 novembre:
1. Sabato 8 novembre si è tenuta l’assemblea regionale del PD presso il Centro Papa Lucani. Si doveva approvare lo statuto che a luglio non si era riusciti ad approvare. Ma forse, la cosa più importante era sentire la relazione del segretario regionale Paolo Giaretta che aveva rassegnato le dimissioni dall’incarico, poi rientrate. Certo, forse rassegnare le dimissioni via notizia di giornale non è stato un gesto molto “democratico”, soprattutto, tra l’altro, in un periodo di amministrative; io penso, però, che di uno scossone c’era bisogno. Il PD veneto doveva e deve mostrarsi propositivo e forte e non più nascondersi dietro a beghe interne di ex-qualcosa. Si vuole pensare? Si vuole guardare al domani? Si vuole ritenere che il cambiamento in PD é frutto di ex appartenenti ai partiti, ma anche di nuovi aderenti, intelligenti e preparati, che hanno qualcosa da dire e da proporre? Credo che questo gesto, pur rimproverato da molti, abbia avuto anche il suo risvolto positivo.
2. Padova. Come saprete si va verso le amministrative per le elezioni del nuovo sindaco. Chi sarà il candidato? Zanonato…attende e medita: prima o dopo uscirà allo scoperto e si vedrà. Nel caso in cui rinunciasse, si andrà, per regolamento, alle primarie. Certo è che lui è un uomo di lungo corso con la sua esperienza; ha lavorato molto bene. Noi lo sosteniamo…speriamo si decida.
3. Primarie: hanno visto approvato il regolamento venerdì 14 novembre in un’assemblea provinciale molto partecipata. Il nodo del contendere sono state le primarie per i consiglieri comunali, non previste nel regolamento, mentre lo sono per i consiglieri provinciali. Per il candidato a Presidente della Provincia, comunque, si dovranno fare le primarie. I vari emendamenti sulla possibilità delle primarie per i consiglieri comunali hanno avuto voto contrario dell’assemblea. La domanda, comunque, rimane. Chi si candiderà al Comune e come potrà farlo? Verrà dalle proposte dei circoli della città in quanto rappresentativi del territorio assieme ad altri che rappresenteranno gruppi, associazioni o entrambi? Oppure saranno indicate dall’alto? Anche su questo, ci sarà da discutere e da decidere. Penso sia importante avere voti per governare, ma sapere che ci sono persone con idee e proposte per questa città e sono disposte a mettersi in gioco per il bene comune in modo diverso dalle proposte populiste e chiacchierate di Menorello e amici, è più importante
4. Il PD, comunque, non può fermarsi al consenso, sarebbe decisamente troppo riduttivo per il futuro. La sua forza è di essere propositivo, espressione di una novità politica. E questo lo si può fare solo attraverso il confronto con chi è, nel suo ambito, disponibile e competente. Se parlo di scuola con un economista o un avvocato, si fa fatica a capirsi; se parlo di sport con un architetto…uguale, e via dicendo. Capire l’oggi per aprirsi al domani.

Cordiali saluti


Nereo Tiso

http://www.nereotiso.blogspot.com/.

giovedì 30 ottobre 2008

Dove va la scuola…


Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio, saprà che si sta parlando, anzi, urlando, di scuola. Purtroppo si è costretti agli straordinari per riuscire, con fermezza, a ribadire che la Scuola italiana, ha bisogno di vita e di vitalità e non di scelte che poco hanno a che vedere con la formazione delle future generazioni.
Stiamo assistendo a decisioni vessatorie contro chi frequenta la scuola come studente con il diritto di ricevere una formazione adeguata e come docente, che ha il dovere di formare. Certo è che il Decreto Gelmini N. 137, convertito in legge proprio ieri, 29 ottobre, porta da un’altra parte e cioè alla riduzione della possibilità di poter fruire di un servizio essenziale non solo per gli studenti, ma per l’Italia intera. La speranza è che l’Italia, appunto, non sia diventata grande solo per santi, poeti e navigatori ma che abbia la possibilità di diventare saggia, intraprendente, competitiva attraverso un sistema scolastico e universitario degno di questo nome.
La povera ministra Gelmini, messa a sedere dal “Distributore” di incarichi sulla sedia di quel ministero, è l’esempio lampante dell’ inutilità della sua presenza oltre (ma qui è in buona compagnia) che ad essere gravata dall’incompetenza. Mi chiedo: possibile che ci siano persone che non hanno la più pallida idea di cosa sia “Scuola” al Ministero dell’istruzione dell’Università e della ricerca? Possibile che non si riesca a capire che i decreti, usati come una scimitarra per tagliare drasticamente gli investimenti, mortificano tutto il mondo dell’istruzione, dell’Università e della ricerca, oltre, chiaramente, a delegittimare il Parlamento? E’ una ricetta che, davanti al dolore di una mano, taglia il braccio.
Si capisce che grembiuli e voti in condotta hanno il colore della beffa edulcorata di fronte all’intervento di riduzione massiccia degli investimenti e l’eliminazione drastica dei maestri, figure scolastiche di riferimento per i bambini, lasciando spazio ad un’ educazione costretta a riconoscersi solo in quella del libro Cuore e trovando i sostituti dentro lo schermo della TV in trasmissioni intrise di falsità e stupidità.
Purtroppo si parla solo di Decreto Gelmini, ma è la legge finanziaria, approvata in soli nove minuti, che mostra il futuro della scuola e dell’Università. In sostanza: se alla scuola primaria verrà ridotto i numero dei maestri, alla scuola superiore verrà aumentato il numero di alunni per classe, ridotto i numero di ore per settimana, accorpate le cattedre (cioè un insegnate potrà insegnare più materie diventando così “esperto in tutto”); alle Università sarà ridotto il turn over (due nuovi docenti per dieci pensionati), saranno ridotti i trasferimenti ordinari. Che cosa dovremo aspettarci ancora?
Certo è che qualcosa, comunque va modificato, anche radicalmente e lo si deve dire ad alta voce, senza timore, discutendolo tra competenti in grado di parlare di scuola, di Università, di ricerca non utilizzando esclusivamente il metro economico, ma investendo per educare e formare donne e uomini che saranno in futuro capaci di affrontare un modo che cambia radicalmente e repentinamente. Pertanto si dovranno sostenere le eccellenze, senza dimenticarsi di quelli che faticano o hanno delle disabilità; si dovranno formare nuovi docenti, preparati, che si dedichino con passione e competenza alla scuola, mettendo in grado gli altri di stare al passo; si dovrà riorganizzare il sistema scuola eliminando gli sprechi senza tagliare gli investimenti; si dovranno perseguire le “baronie” e i furbi dei concorsi truccati facendo sì che la stragrande maggioranza che fa seriamente ricerca e lavora per costruire e non per deteriorare l’Università, di poter vedere garantiti investimenti necessari alla loro opera per la crescita culturale, scientifica e tecnologica dei giovani e del Paese.
Ci si chiede quindi quale scuola e quale Università abbiano pensato i nostri governanti. Forse alle tre I (impresa, informatica e inglese) andrà a sommarsene un’altra: quella di Imbecillità, garanzia di silenzio e sottomissione.


Nereo Tiso

lunedì 13 ottobre 2008

I cattolici al tempo del PD

13/10/2008

di Rosy Bindi -
da L'Unità -

Il ruolo della religione nella società contemporanea è tornato con forza al centro del dibattito culturale e politico. I recenti interventi di Benedetto XVI, sulla laicità nel viaggio apostolico in Francia e sui rapporti tra Stato e Chiesa pochi giorni fa al Quirinale, hanno rilanciato la riflessione sul rapporto tra fede e politica. Un discorso che va ben oltre la "questione cattolica", intesa come un capitolo della storia d'Italia che si dipana da Porta Pia fino alla Dc e oltre, e rinvia piuttosto al tema più profondo - tutt'altro che estraneo allo sconquasso a cui stiamo assistendo della finanza mondiale - del deficit etico delle nostre democrazie. Un deficit che il fattore religioso può contribuire a colmare a patto di superare la tentazione, in cui cadono credenti e non credenti, di usare la religione come un surrogato, un riempitivo del vuoto creato dal tramonto delle ideologie del Novecento. Sono invece convinta che una nuova laicità possa restituire chiarezza e nuovo senso al rapporto tra fede e politica.Anche per questo non credo si possa archiviare o deviare il compito del cattolicesimo democratico, quel movimento che ha permesso di riconciliare i cattolici italiani - e in qualche modo anche la Chiesa - con la modernità e la democrazia. Grazie ai cattolici democratici la laicità si afferma come metodo della politica, e nella Costituzione il rapporto tra verità e libertà, valori e consenso permette di superare lo iato tra democrazia formale e democrazia sostanziale. La storia di questo movimento non coincide con quella della Dc, anche se ne ha incarnato le fasi più avanzate, le personalità più scomode e creative. E non è un caso se l'esperienza dell'Ulivo affonda le proprie radici nell'orizzonte culturale del cattolicesimo democratico. Oggi si tratta di capire come spendere questa eredità nel Pd per riconciliare i cattolici italiani con il bipolarismo e rendere nuovamente feconda la loro presenza per il futuro della democrazia. Molte analisi sul risultato elettorale si sono concentrate sul voto cattolico. I cattolici, è stato detto, questa volta non hanno scelto in base all'appartenenza, hanno votato per tutti i partiti anche se in maniera predominante si sono riconosciuti nell'offerta di Berlusconi. Dobbiamo ancora capire le ragioni profonde di un voto che ha premiato la paura invece della speranza, l'apparenza invece della coerenza e che mai prima d'ora ha contribuito a spingere a destra l'asse politico del paese.Non mi convince chi, come Tremonti e D'Alema cerca spiegazioni nel risveglio di uno spirito integralista che avrebbe fatto da collante intorno ai valori di Dio Patria a Famiglia. Nel dialogo sul peso delle religioni, insieme ad una non scontata ammissione che la fede non è confinabile alla dimensione privata, si avverte ancora la persistente difficoltà di una certa cultura laica a superare un'idea di religione come espressione di una sorta di "preistoria dell'umanità", in conflitto con la libertà, la ragione, la scienza. E la Chiesa sembra apparire ancora come un potere che attenta alla modernità e alla laicità dello Stato. E' visibile in questa impostazione l'eco di una politica che tende a stabilire con le gerarchie un rapporto pattizio e guarda all'elettorato cattolico in modo opportunistico. Ma sbaglia anche chi, come Rutelli, immagina di agganciare quello stesso elettorato presentandosi come unico interlocutore affidabile delle gerarchie. Dopo la breve esperienza dei teodem, con cui ha separato i cattolici dai cattolici innestando nella Margherita un'enclave integralista, ora rilancia la vecchia tesi della trasversalità cattolica e sotto le insegne di una nuova associazione mette insieme Bobba, Casini e Lupi. La "moderna laicità" di Rutelli ha in realtà un volto vecchio, quello gentiloniano della strumentalità con cui spesso sono stati utilizzati i cattolici in operazioni politiche di stampo moderato.Per il Pd, la ricerca di nuove alleanze politiche, necessaria a costruire l'alternativa al governo Berlusconi, esige di rafforzare e non snaturare il profilo ideale e programmatico del partito. Così, invece, si minano le ragioni fondative del Pd: dar vita a un partito nuovo, laico e plurale, capace di tenere insieme credenti e non credenti in un unico progetto di innovazione della politica e della democrazia.
Il cantiere democratico è ancora aperto. E i cattolici che hanno scommesso fin dal '95 nell'Ulivo non possono farsi né da parte, coltivando formule alternative, né da un lato, dando vita all'ennesima corrente.A cosa serve il richiamo all'identità su cui fanno leva gli ex popolari riuniti ad Assisi? Anche questa mi pare una scelta strumentale. Il richiamo alla cultura cattolico democratica, accreditando per giunta l'idea di averne il monopolio, diventa la credenziale per formare una corrente. Col risultato di farlo guardando al passato, a come eravamo, e non a come dobbiamo essere oggi, democratici e mescolati agli altri eventualmente in una corrente, ma in nome del progetto politico e non delle appartenenze. Di separatezza in separatezza il passo verso l'irrilevanza culturale, anche se mascherata dalla possibilità di contrattazione politica, è davvero breve.La scelta non può che essere quella di tornare al progetto e alla proposta. Nel dna dei cattolici democratici ci sono la laicità dello Stato e la lotta alle ingiustizie e i temi su cui offrire il nostro contributo non mancano. Penso alla necessità di regolare il mercato e riaffermare il primato del lavoro umiliato dall'economia delle transazioni finanziarie. Alla qualità della democrazia, alla difesa della Costituzione e della legalità. La nostra laicità è la garanzia di una corretta distinzione dei poteri, contro gli strappi alle regole e la prevaricazione del Parlamento. Penso ad una nuova cittadinanza, aperta e accogliente anche verso gli stranieri. L'intolleranza che la Lega e la destra alimentano, utilizzando in modo blasfemo il cristianesimo come un baluardo a difesa dell'identità italiana o più semplicemente veneta o lombarda, è un veleno che produce violenza e razzismo e non possiamo neutralizzarlo affidando le nostre ragioni solo agli editoriali dell'Osservatore romano e Famiglia cristiana. E penso alle sfide della bioetica, che ormai coinvolgono con mille contraddizioni e interrogativi la vita quotidiana di ognuno di noi. Non ha alcun senso contestare il diritto della Chiesa ad esprimersi, è invece molto più utile che credenti e non credenti imparino a confrontarsi, senza reciproche scomuniche, nella ricerca nel bene possibile, nella difesa della dignità e libertà della persona umana.Basterebbe insomma riprendere con coraggio e speranza la lezione dei nostri maestri. Ricordo, tra tutti, gli ultimi che ci hanno lasciato, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia. Una lezione di dialogo, contaminazione culturale, libertà intellettuale. Una lezione di nuova laicità.

giovedì 28 agosto 2008

“LA VITA BUONA NELLA SOCIETA’ ATTIVA”

Libro Verde sul Welfare e qualche nota del pensiero sociale della Chiesa
mancanze e contraddizioni
di Nereo Tiso
Leggendo il Libro Verde quale proposta di trasformazione del Stato Sociale del ministro Sacconi, molti sono gli spunti di riflessione e di interesse e molte le evidenti note distorte accompagnate da patetici e compassionevoli moralismi. Mi soffermerei ad analizzare, seppur in breve, alcune questioni riportate nel testo ministeriale di 24 pagine alla luce del documento della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace della CEI “Stato sociale ed educazione alla socialità” del 1995, momento storico-politico di grandi cambiamenti e trasformazioni. Qui non si vuole tirare per la giacchetta i vescovi, ma sottolineare come, leggendo i documenti, anche chi deve governare legittimamente vantandosi di un legame solido col pensiero della Chiesa (alcune frasi del LV lo richiamano), potrebbe certamente essere più accorto e non cadere in continue, evidenti e gravi contraddizioni che non si traducono in fatti positivi per i cittadini. Anzi!
Nel Libro verde spesso si parla di “centralità della persona”. Sarebbe interessante capire quale persona si intende dato che di immigrati nel medesimo testo del Ministro, se ne parla molto poco; anzi, per nulla. La dottrina sociale della Chiesa ha come suo cardine la centralità della persona, di qualsiasi persona senza alcuna distinzione, e il suo sviluppo integrale che riguarda ogni momento della sua esistenza durante il quale conseguire quella dignità che non può mai essere dimenticata. Immigrati e nomadi compresi. Scrive il documento ecclesiale subito nell’introduzione: “Il pericolo più grande oggi è quello di limitarsi ad interventi frammentari e contingenti, invece di affrontare la crisi nella sua complessità. Non si può costruire una comunità più giusta per tutti senza un disegno organico né un progetto di Stato e di società, senza una visione chiara e integrale dell’uomo”.
Altro aspetto interessante del documento è come la Chiesa definisce lo Stato sociale: “…si intende quella convivenza umana che si struttura su tre principi fondamentali, tra loro inscindibili: la sussidiarietà, la solidarietà e la responsabilità”. Nel libro verde pur parlando di sussidiarietà a partire dalla famiglia, dai corpi intermedi, il termine solidarietà viene citato solo quattro volte quando si parla si convergenza tra mercato e solidarietà per dei nuovi stili di vita, bisogno degli ultimi, legato alla sussidiarietà e di solidarietà generazionale. La quasi assenza del termine crea qualche disagio. Sarebbe interessante capire come il ministro arrivi a coniugare la solidarietà anche ai diritti delle persone, di tutte le persone, alla giustizia sociale, alle uguali opportunità ecc.. Essa infatti, come diceva Giovanni Paolo II, è “la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune, ossia per i bene di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutti”. Ma la nota pastorale aggiunge alcune indicazioni concrete per la solidarietà:
- doveri di solidarietà collegati al riconoscimento dei diritti
- proporre norme di libertà a sostegno di ciascuno
- l’equa redistribuzione del reddito
- libertà di scelta familiare
- diritto al lavoro
- libera iniziativa economica
- diritto alla salute, alla previdenza e all’assistenza
- diritto alla rappresentanza politica

La nota dei vescovi sottolinea anche quando lo Stato sociale tradisce i suoi obiettivi:
- invece di sviluppare imprenditoria, tende a privilegiare i mercanti di capitali
- invece di sostenere il lavoro e di favorire la ripresa, agevola l’accumulazione di alcuni grandi gruppi
- permette che si stabilizzi la sperequazione tra i lavoratori dipendenti e autonomi, consentendo a larghe fasce di sottrarsi ai doveri fiscali, previdenziali e sociali

In conclusione la nota ecclesiale afferma che “lo Stato sociale è da realizzarsi nella sua interezza, tenendo conto della società nella quale siamo inseriti: una società che si avvia ad essere sempre più multiculturale, multirazziale e multireligiosa”.

Su questo ultimo punto “società multiculturale, multirazziale e multireligiosa” . come si diceva, non esiste un solo accenno. Forse è stata una dimenticanza o una chiara scelta di coalizione? Senza questa attenzione viene a cadere, in un certo senso, tutto ciò che è stato detto sulla centralità della persona, sulla solidarietà, e anche, possiamo dire, sulla sussidiarietà di tipo orizzontale e verticale. Quasi che gli immigrati esistano solo per le forze dell’ordine e non anche per l’integrazione dei figli nelle nostre scuole, come lavoratori che contribuiscono in modo non indifferente alla ricchezza italiana (e al sistema contributivo -pag. 14 Libro Verde- che aiuta la previdenza a non entrare definitivamente in crisi) e, non ultimo, come persone che si ammalano e che necessitano di assistenza sanitaria oltre che di educazione alla prevenzione. Non sono solo un problema sociale.

Altra contraddizione. A pag. 13 il Libro Verde parla di “nuove politiche redistributive che non si limitino ad erogare sussidi di tipo risarcitorio o assistenziale”. La social card va proprio in questa direzione (tra l’altro assegnata solo agli italiani); la nota dei vescovi afferma che Il pericolo più grande oggi è quello di limitarsi ad interventi frammentari e contingenti. Mi sembra che le scelte del Ministro sia in questo senso.

Sarebbe interessante anche capire da dove arrivano se le risorse per il nuovo Stato Sociale. Si legge pag. 20 c.v. 7: A differenza che nel caso delle pensioni e della sanità, negli altri comparti della spesa sociale non è necessario ridurre la dimensione del comparto pubblico. Questo va ancora a ridurre le risorse per la sanità e per le pensioni quando la si vuole aprire ad un’attenzione maggiore, ad una riqualificazione e ad un migliore riordino economico. Intanto, così si consente, come dice la nota dei vescovi, a “larghe fasce di sottrarsi ai doveri fiscali, previdenziali e sociali”. Probabilmente l’evasione fiscale e previdenziale è diventata un dettaglio. Dobbiamo aspettarci un altro condono? A tal proposito mi sembra corretto citare la nota Educare alla Legalità del 1991 al n. 9: Anche la classe politica, con il suo frequente ricorso alle amnistie e ai condoni, a scadenze quasi fisse, annulla reati e sanzioni e favorisce nei cittadini l’opinione che si può disobbedire alle leggi dello Stato. Chi si è invece comportato in maniera onesta può sentirsi giudicato poco accorto per non aver fatto il proprio comodo come gli altri, che vedono impunita o persino premiata la loro trasgressione della legge

Penso che il documento della Commissione Giustizia e pace sia stato e sia ancora profetico in materia di Stato Sociale, affermando tra l’altro, che oltre alle necessità economiche per il welfare, ci sia una forte necessità educativa, senza la quale si pensa ad un futuro già “monco”. Chiaramente il pensiero sociale della Chiesa è ricchissimo rivolto innanzitutto ai cattolici, ma non solo.
Forse un chiarimento sarebbe quanto meno opportuno, almeno da parte dei cattolici al Governo.

venerdì 11 luglio 2008

La PIAZZA-TA e il Partito Democratico




La notizie arrivate dalla manifestazioni dell’altro giorno a piazza Navona lasciano quanto meno sconcertati. Un raduno per dimostrare la contrarietà alle scelte del Governo, a Decreti legge rincorsi con velocità inaudita per sistemare certe posizioni personali arrivando ad allontanare il giusto giudizio al quale il nostro Primo Ministro dovrebbe sottoporsi alla pari degli altri cittadini; a norme identificative dei bambini rom che lasciano il tempo che trovano dato che sembrano più una trovata etnicamente orientata di scarso effetto sulla sicurezza e, tanto meno, sul problema dei rom che è molto più complesso e che, comunque va risolto. Un orientamento, quello del Governo, criticato dalla Chiesa e sonoramente bacchettato anche dalle Istituzioni europee con accuse pesanti di razzismo e che sta creando non poche tensioni e reazioni scomposte. Le giuste ragioni, delle quali la piazza era portatrice, sono state, purtroppo, palesemente nascoste da un pessimo risvolto: si è scaduti nella volgarità più bieca, nell’insulto generalizzato contro, oltre al governo e ai suoi ministri (una in particolare) anche contro il Presidente della Repubblica e il Papa. Di saltimbanchi siamo pieni, ma questi dovrebbero almeno divertire senza annegarsi nello squallore come hanno fatto i due maggiori protagonisti di Piazza Navona. La verità va proclamata, anche ironicamente, la satira è segno di democrazia, la volgarità, invece fa scadere in basso chi la pronuncia, anche se strappa applausi. Il Governo si giudica nel merito delle scelte politiche, con forza e determinazione, senza tentennamenti, presentando progetti significativi e forti per il bene comune e in particolare per i molti cittadini e le loro famiglie che si trovano in serissima difficoltà (stipendi fermi da 15 anni) . Le volgarità di chi giustifica particolari comportamenti e ammiccamenti e si trova oggi a governarci, non deve essere sottolineata con altre volgarità e il rapido “percorso politico” della ministra Carfagna pone certamente una serie di perplessità, ma da questo all’offesa personale ce ne corre. La speranza è che lavori per le pari opportunità…anche degli altri. Ma abbiamo ancora bisogno di questi piazzisti? La piazza è importante perché mostra attenzione, partecipazione, sensibilità; essa vuole farsi sentire, dimostrare che i cittadini hanno qualcosa da dire. Bene ha fatto, comunque, il Partito Democratico a smarcarsi da un tale squallido sensazionalismo, costruito ad arte anche se non pochi presenti hanno manifestato un profondo disagio se non disgusto. Purtroppo per loro, troppo in ritardo. Bene ha fatto anche perché ora non c’è bisogno di questa piazza, ma di ricomporsi, innanzitutto a partire dalla sua gente. Progettare, conoscere, riconoscere esperienze e capacità anche dei semplici elettori in una sorta di partecipazione attiva e progettuale all’interno del Partito Democratico. In sostanza valorizzare le competenze per costruire una fase nuova, di contenuti (la gente, gli elettori, cominciano a spazientirsi), di proposte politiche per riappropriarsi del legittimo entusiasmo iniziale incalzando il Governo preparandosi per gli impegni a breve che dovrà affrontare. Il lavoro non manca e al riposo ci penseremo, ma le categorie con cui pensare vanno rivedute: operare oggi facendo memoria del passato, ma proiettati verso il futuro. La necessità è di essere continuamente in movimento, aperti e rinnovabili. Tutto ciò in un momento in cui, come sette anni or sono, la storia politica si ripete e la strategia è quella di controllare un sistema legislativo in ragione dell’autorità conferita dagli elettori. L’azione governativa, a tale proposito, si rivela efficace e senza sbavature. Mi piacerebbe sapere cosa pensano i milioni di cittadini che hanno scelto di farsi rappresentare per la terza volta da questo Governo e dal suo Presidente, e se si sentono effettivamente rappresentati, se ne condividono le scelte, il percorso iniziato. Bisogna dialogare? Sempre rimanendo fermi e propositivi. Bisogna ascoltare? Certamente sì, anche… la piazza.

Nereo Tiso

lunedì 2 giugno 2008

La sindrome del Partito ombra

Ilvo Diamanti - La Repubblica

Nessuno avrebbe immaginato, un anno fa, un sistema partitico semplificato come quello uscito dalle recenti elezioni. Quasi bipartitico, visto che le due forze politiche principali, PdL e Pd, insieme, hanno superato il 70% dei voti (validi).Tuttavia, non è facile prevedere che ne sarà del bipartitismo italiano. Il cui destino dipende dai due partiti che lo hanno prodotto e dai leader che lo hanno guidato. Da PdL e Pd. Da Berlusconi e Veltroni. Anzi, soprattutto da Veltroni e dal Pd. Perché è difficile dubitare della durata di Berlusconi. (E´ eterno). Anche se il suo Popolo della Libertà, per ora, resta un´intesa elettorale. Privo di legittimazione da parte degli organismi di Fi e An. Tuttavia, Fini e soprattutto Berlusconi agiscono come leader di partiti personali, che operano in base a scelte personali, espresse dalle persone che li hanno concepiti, inventati, trasformati e guidati. Berlusconi, il PdL e i suoi alleati, inoltre, hanno vinto le elezioni. Governano. Buoni motivi per "resistere" a lungo.Diverso e più serio, invece, il discorso per il Pd e per Walter Veltroni. Usciti sconfitti, seppure in modo onorevole. Dopo il voto, affrontano una fase incerta. Comprensibile, per un partito nuovo, guidato da un leader nuovo, che sperimenta un modo nuovo di fare opposizione. Sospettato, da alcuni amici e alleati, di eccessiva disponibilità alla mediazione. Con un leader trattato, fino a ieri, come un nemico. Anzi: il Nemico. Il futuro del bipartitismo (relativo, vista la presenza di altri soggetti politici, come IdV e Lega) dipende, quindi, in gran parte, dalla capacità di Veltroni e del Pd di consolidarsi. Senza perdere la fiducia dei propri elettori, ma allargando il perimetro tradizionale del consenso, che rischia di rendere il Pd, come alcuni malignano, l´ulteriore variante del postcomunismo. Il Pds senza la esse. Dipende, al tempo stesso, dalla capacità di Veltroni e del Pd di chiarire il reciproco rapporto. Fra leader e partito. Di decidere, cioè, cosa sarà il Pd da grande. A favore di Veltroni, tre indicazioni, che ricaviamo da un sondaggio post-elettorale condotto dal LaPolis (Laboratorio di studi Politici e sociali) dell´Università di Urbino nelle ultime due settimane.1. C´è una domanda generalizzata di dialogo e collaborazione fra maggioranza e opposizione sui temi topici della riforma delle istituzioni (90%). Questo orientamento non mostra particolari differenze fra schieramenti e partiti. E, nel Pd, coinvolge quasi la totalità degli elettori (94%).Ciò suggerisce che l´attuale politica "costruttiva" di Veltroni disponga di un largo sostegno, anzitutto fra i suoi elettori.2. Forse anche per questo motivo, Veltroni gode di un consenso trasversale, che supera i confini del Partito Democratico e perfino del centrosinistra. Veltroni, infatti, è il leader maggiormente apprezzato per la sua condotta degli ultimi mesi. Approvata da quasi due terzi degli elettori, nell´insieme. In particolare: dal 93% dei Democratici e dall´80% di quelli dell´IdV-Di Pietro. Ma, soprattutto, da oltre metà degli elettori del PdL e dal 70% di quelli dell´UdC.Per spiegare la simpatia del centrodestra, si potrebbe malignare che verso gli sconfitti si è disposti ad essere indulgenti e generosi. Tuttavia, Prodi, a centrodestra, aveva sempre suscitato diffidenza. Anche quando, alla fine della breve legislatura, appariva politicamente "sfinito". Peraltro, gran parte degli elettori, realisticamente, ritiene che, dopo il voto, Veltroni si sia indebolito. Non solo nei confronti dei leader vincitori. Anche del suo alleato, Antonio Di Pietro. Anche se sconfitto, quindi, Veltroni è apprezzato. Perché considerato principale artefice della semplificazione del sistema partitico. Il leader che, con le sue scelte, ha costretto Berlusconi a "inventare" il PdL, riunificando FI e AN. E a presentarsi, a sua volta, (quasi) da solo.La fiducia nei confronti di Veltroni, inoltre, rispecchia il "rendimento mediatico" del leader Pd. La sua capacità di affrontare la campagna elettorale e, più in generale, la politica nell´era del marketing e della comunicazione. Veltroni, dunque, piace, come leader. Ai suoi elettori ma anche a quelli di Berlusconi. Da cui ha appreso, in modo egregio, la lezione. Lo stile. Fino a superare il maestro.3. La terza osservazione ricavata dall´indagine del LaPolis riguarda, direttamente, il Partito Democratico. La cui esperienza è guardata con favore da nove elettori su dieci, nel Pd. Al contrario, solo una frazione residuale (il 4%) pensa che occorra "resettare" il sistema e ripartire da capo. Rilanciando i partiti che lo hanno fondato. DS e Margherita. Tuttavia, questo consenso generalizzato riassume orientamenti distinti e distanti. Infatti, metà dei favorevoli al Pd ammette che, nel costruirlo, siano stati commessi errori significativi. Insomma, ne sono insoddisfatti.Il che sottolinea un certo distacco: fra la volontà - condivisa - di proseguire l´esperienza del Pd; e l´insoddisfazione - diffusa - per il modo in cui è stata, sin qui, realizzata. Questo contrasto, come quello nei confronti dell´immagine di Veltroni - universalmente apprezzata - non deve sorprendere troppo. Riassume il dilemma, irrisolto, su cosa farà, da grande, il Pd.Più in particolare, riflette l´ambiguità sul rapporto fra leadership e il partito. Che riguarda il sistema politico e la democrazia in Italia. Ma, nel Pd, appare più evidente.In effetti, la campagna elettorale si è svolta seguendo un modello di tipo presidenzialista. Berlusconi contro Veltroni. Come fossimo negli USA oppure in Francia. Una tendenza che Veltroni ha interpretato al meglio. Per qualità personali, ma anche perché ha saputo intercettare la domanda - estesa e trasversale - di semplificare il sistema partitico. Fino a ridurlo a due forze politiche riassunte da due leader. Perché, inoltre, ha cercato di superare la lunga stagione della frattura tra berlusconismo e antiberlusconismo. Passando dalla contrapposizione all´opposizione. Abbattendo il muro di Arcore, eretto dove prima c´era quello di Berlino. Tuttavia, passate le elezioni, il Pd appare un progetto incerto. Un partito incompiuto. Un partito-ombra all´ombra del governo-ombra. E di un presidente/premier-ombra. Mentre il dibattito politico si svolge, con accenti spesso critici, fra i "leader di una volta". D´Alema, Marini, Parisi, oltre allo stesso Veltroni. Di ciò che avviene in periferia, al centro giungono echi molto fiochi. Di ciò che avviene al centro, in periferia si sa poco. Al centro come in periferia, i "nuovi" dirigenti e militanti, esterni alle tradizionali cerchie di partito, stentano a farsi largo. Insomma, il Pd oggi esprime un´ambiguità di fondo. E´ un partito quasi "presidenziale" mentre il nostro sistema istituzionale non è presidenziale, né semi-presidenziale. Ma parlamentare E non assegna poteri particolari al premier.Inoltre, è un partito "debole" dal punto di vista organizzativo, dell´identità, del rapporto con la società e il territorio. Ma il nostro sistema elettorale è ultraproporzionale e attribuisce ai partiti (meglio: alle oligarchie di partito) un potere elevatissimo.Questa situazione è comune al PdL. Che, tuttavia, ne soffre assai di meno. Per motivi "biografici", visto che Berlusconi l´ha generato e ri-generato, a propria immagine e somiglianza. Per motivi di cultura e tradizione politica: per l´attrazione suscitata, a centrodestra, dal mito dell´uomo forte. A centrosinistra è diverso. Perché Veltroni non è Berlusconi e il Pd non è il PdL. Il PdL senza Berlusconi: non esisterebbe. Veltroni senza il Pd: non può durare. Ma il Pd non c´è ancora. E il nostro bipartitismo - anche per questo - zoppica.

Che fatica partecipare!

Dò il benevenuto a voi che vi sottoponente al
sacrificio di esserci, di contribuire a questa finestra. Qui dialogo e
approfondimenti troveranno terreno fertile.
Alla fine:


"La laicità, intesa come principio di distinzione tra stato e
religioni, oggi non è solo accettata dai cristiani, ma è
diventata un autentico contributo che essi sanno dare
all'attuale società, soprattutto in questa fase di costruzione
dell'Europa:
non c'è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento
all'istanza di laicità".

Enzo Bianchi "La differenza cristiana" ed.Einaudi


"E' un obbligo eterno fra esseri umani non far soffrire la fame ad alcuno quando si ha la possibilità di dargli assistenza"

Simone Weil

"Salvaguardare i diritti degli altri è il fine più nobile e bello di un essere umano"

Kahlil Gibran