martedì 13 luglio 2010

Stefano Zamagni, Avarizia. La passione dell’avere, ed. Il Mulino, Bologna 2009



di Nereo Tiso


Il volumetto di Zamagni analizza storia, ragioni e perversioni del concetto di avarizia e del comportamento dell’avaro. “Desiderio smodato e disordinato di ogni cosa” diceva già Agostino. Ma è con i benedettini che hanno inizio le considerazioni sull’avarizia quale ostacolo all’evangelizzazione e così i cistercensi, che parlavano di come l’abuso dei beni era contrario alla carità. Ma è con i francescani che si ha la vera svolta. Inventano l’economia di mercato ritenendo che non solo l’ascetismo monastico sia la via per arrivare a Dio. Sarà necessario, però, guardarsi dal desiderio interiore del possesso. Nel medioevo, a partire appunto dai francescani e con l’avvento del feudalesimo, si batte moneta che si usa per le transazioni e in alcune città viene eliminata la schiavitù; in sostanza un nuovo codice di moralità. Ma nasce anche il mondo dei mercanti considerati usurai, avari, accumulatori di beni superflui e di denaro. Allo stesso tempo gli stessi mercanti, però, sono innovatori, creano relazioni. Ma l’interesse, anzi il prestare ad interesse risulta moralmente no è peggiore dell’ingordigia dell’avaro. Un percorso complesso e completo quello di Zamagni che viaggia nella storia per fondare le trasformazioni del concetto di avarizia nei suoi vari distinguo tra ricchezza, bramosia di accumulo di denaro e fragilità umana. Tutto fino ad arrivare a trasformare la filosofia economica che sfocia nell’individualismo dove l’avarizia viene dimensionata a “interesse personale”. Naturalmente l’avaro, prova vergogna per la sua condizione; vorrebbe vivere più a lungo per poter accumulare e si spinge oltre la filosofia individualista. Zamagni conclude che l’homo oeconomicus è il perfetto identikit dell’idiota sociale e, talvolta, i soldi dovrebbero essere sparati dagli imbecilli. Soprattutto quando, nei momenti di crisi dalla quale, per uscirne, ci si dovrebbe allontanare dall’avarizia per praticare la virtù.

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Alla fine:


"La laicità, intesa come principio di distinzione tra stato e
religioni, oggi non è solo accettata dai cristiani, ma è
diventata un autentico contributo che essi sanno dare
all'attuale società, soprattutto in questa fase di costruzione
dell'Europa:
non c'è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento
all'istanza di laicità".

Enzo Bianchi "La differenza cristiana" ed.Einaudi


"E' un obbligo eterno fra esseri umani non far soffrire la fame ad alcuno quando si ha la possibilità di dargli assistenza"

Simone Weil

"Salvaguardare i diritti degli altri è il fine più nobile e bello di un essere umano"

Kahlil Gibran